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Riflessioni estive di un consulente di strategia

1. C'è una frase di Andy Warhol che dice: In futuro, tutti saranno famosi per quindici minuti. Comunque la si legga (in chiave ottimistica, ci sarà fama per tutti; in chiave negativa, neanche la fama è più quella di una volta), esprime bene la precarietà spinta come caratteristica della stagione che stiamo vivendo. Anche la consulenza deve partire da qui se non vuole perdere l'aggancio al mondo e ridefinire e aggiornare la sua ragione d'essere.

2. Precarietà sostenuta dal fatto che oggi ci troviamo ad operare in un sistema che fa della situazione da risolvere il suo progetto strategico: e questo a livello politico, imprenditoriale, gestionale, di vita quotidiana. Non si sente più parlare di obiettivi a medio lungo termine e il "brevissimo" domina e condiziona la nostra esistenza.

E il consulente vive questa precarietà quando viene visto come chi deve "firmare" avallare elegantemente decisioni già prese in altre stanze.

3. Il postindustriale sta completando e portando alle conclusioni estreme la rivoluzione industriale: che ha cominciato con ridurre la fatica bestiale dell'uomo, poi ha via via talmente agevolato il processo produttivo da dare al prodotto una facilità di accesso mai vista. Ma con questo, ha tolto centralità, valore economico, miticità al prodotto e quindi al produrre e alla fin fine al produttore stesso. Il problema oggi, si sa, non è più produrre ma consumare e, una volta consumato, smaltire quel che rimane del prodotto. E tutto questo dando spazio ad una finanza che condiziona lo sviluppo in modo improprio.

4. A un universo operativo cui il postindustriale sta negando la rassicurante ciclicità delle recessioni controllabili in un processo di crescita continua, non resta che ricominciare da zero, cercare l'uomo e i suoi valori, recuperarne la centralità, secondo il modello delle civiltà preindustriali. Dunque dal postindustriale al neoumanesimo.

5. Anche l'uomo-consulente deve recuperare il neoumanesimo e lo farà chiaramente a modo suo. Può sperare di fare ancora il consulente solo "vendendo" l'uomo che c'è dietro il consulente.

Oggi l'universo operativo avrebbe ancora bisogno di genialità per uscire dai suoi problemi, ma nessuno ci crede e ci spera più, nessuno è disposto a puntarci sopra una lira, soprattutto nessuno è disposto a pagare un consulente che insistesse a prometterla. Meglio il contributo di esperienza, serietà, dedizione che può dare un consulente che consapevolmente dichiari: faccio il consulente, faccio solo questo, so fare questo, lo faccio con tutte le risorse di cui dispongo, umane e professionali.

Insomma la consulenza come forza specifica di coinvolgimento personale e di stile di vita. Non un mestiere mordi-e-fuggi, addirittura un parcheggio provvisorio o un ripiego precario in attesa dell'opportunità sognata, ma un'occupazione full-time che non si concede pause e non considera alternative proprio perché parte da una vocazione profonda, radicata nel DNA di un individuo, ed esprime con chiarezza il suo modo di porsi con il mercato.

Forse non si può dire che consulenti si nasce più che diventarlo, ma certamente si può dire che si vive da consulenti. E' abbastanza comune l'errore di considerare il consulente come un apparecchio e una metodologia che basta accendere per farlo funzionare e che funziona solo quando è acceso. Non è così. Può sembrare un gioco di parole ma è vero che, al momento di affidare un incarico, non si accende un consulente ma si accede a un consulente. Guai dunque a un consulente che attende un incarico per entrare in funzione! Part-time è l'incarico, non la professione.

Panta rei, tutto muta, in fretta e senza sosta: i modi della domanda e dell'offerta; quelli di elaborare una strategia; quelli operativi di produzione, logistica, distribuzione; quelli della finanza, ecc. Ci deve essere una funzione di "ascolto continuo", con disposizione e capacità a recepire in qualsiasi momento i segnali deboli o forti che provengono da tante parti, a individuare fragilità e opportunità, a elaborare riflessioni organiche.

È talmente delicata, questa funzione di ascolto non stop, che non si può pensare di assolverla in modo saltuario, casuale, magari da chi è pur preparato ma predisposto ad altro, ad esempio a vedere tutto in un'ottica di parte, o solo aziendale o solo di mercato.

Il consulente opera in una posizione super partes, intermedia fra sistemi e committenti, che non è accessoria ma essenziale.

La consulenza è un modo di vivere una professione fatta di contenuti e non solo di buone relazioni.

Mariano Frey
Presidente
Roland Berger Strategy Consultants Italy

Luglio 2010