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Oltre…il tasso d'interesse!

La difficile congiuntura del mercato del credito, sia internazionale che domestica, rende ancor più prepotentemente attuale l'allarme lanciato solo poche settimane fa dal governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, circa i due elementi cardine dell'intero sistema retail: l'accesso al credito ed i relativi costi. E’ proprio attraverso l’utilizzo di queste due leve, infatti, che il mercato riceve i suoi indirizzi e viene spostata l'asticella delle soglie di "usura" dal basso all'alto a seconda del loro concreto utilizzo, in particolare nella selezione ed accettazione del rischio connesso. In tema di accesso al credito più volte mi sono trovato a sostenere la necessità di un cambio di approccio radicale al problema dell’indebitamento delle famiglie da parte delle istituzioni.

Non c'è dubbio che in passato proprio l'indebitamento, a parte il tradizionale "mutuo", sia stato vissuto dalla famiglia media italiana come un atto "peccaminoso" e di cui vergognarsi, ragione per cui spesso le necessità di liquidità venivano soddisfatte facendo ricorso sin dall'inizio a canali alternativi, alcuni istituzionali, altri molto meno, che hanno potuto crescere e proliferare con buona pace di tutti. E' però altrettanto vero che le istituzioni ufficialmente preposte al business del credito non hanno mai brillato finora per avere facilitato l'accesso al credito dei propri clienti, intendendo per accesso le logiche di concessione dei prestiti. In un mercato del "recente" passato in cui il prestito si considerava principalmente finalizzato all'acquisto di "beni" di consumo, magari non di prima necessità, questo approccio aveva una sua ragione di esistere: il consumo (o meglio il consumismo) aveva un "costo" e la valutazione del rischio ne era una diretta conseguenza. Il panorama adesso è invece radicalmente mutato: l'indebitamento delle famiglie medie sta spostandosi molto velocemente dal tradizionale mutuo e dal prestito per l'acquisto della macchina o degli elettrodomestici ad una "linea di credito" continua: la famiglia italiana ha bisogno di liquidità per mantenere il proprio tenore di vita ed in tal senso l'indebitamento diventa una situazione non più sporadica, ma strutturale nell'economia della famiglia stessa.

Convivere con l'indebitamento è poi psicologicamente, ma anche materialmente complesso: se la possibilità di ricorrere ad un prestito è stata spesso considerata come l'estrema soluzione in caso di bisogno, proprio l'esistenza di questa alternativa ha funzionato da elemento psicologico di tranquillità dell'economia famigliare. Il problema adesso diventa ovviamente di più difficile soluzione: quando anche questa carta è stata giocata, quale potrà essere il nuovo paracadute per le emergenze? Da qui l'equazione che tutti gli operatori istituzionali dovranno quanto prima risolvere: lo sviluppo di una strategia del credito che non solo sia proiettata nel medio-lungo termine, per coprire i bisogni strutturali, ma che tenga anche conto della sua "sostenibilità" da parte del consumatore, per evitare di sviluppare ulteriormente le attività usuraie come mercato di "sbocco" del credito istituzionale. Non dimentichiamoci che la nostra economia sta attualmente creando più malati (potenziali vittime) che medicine, problema che necessita di una risoluzione a monte. In questo panorama ben si inserisce anche l'elemento "costo" del credito, spesso considerato, a mio parere erroneamente, il principale elemento che contraddistingue l'attività istituzionale da quella usuraia.

Dico erroneamente perché in un sistema virtuoso, che valuta correttamente il rischio e che si impegna "eticamente" a garantire l'accesso del cliente al credito, il tasso non deve essere un problema. E' il mercato nell'incrocio fra domanda ed offerta, nella libera competitività, che deve offrire la soluzione del problema tasso sotto il profilo dell'etica e del business. Il tasso non può essere una variabile calmierata come lo fu il prezzo "politico" dell'assicurazione sull'auto, che si concluse con una soluzione di mercato, il meccanismo del bonus-malus, che ha garantito trasparenza nei costi e soprattutto ha definitivamente cancellato il sistema della mutualità dei sinistri, con un forte impatto sul sistema dei prezzi. Anche per il credito si dovrebbe poter raggiungere la stessa trasparenza, lavorando molto banalmente sull'equazione costi di produzione, costi di distribuzione, costo del rischio. Esistono indubbiamente barriere (od opportunità) strutturali: i tassi bancari sono (o dovrebbero essere) più bassi perché il costo distributivo e del servizio è inferiore; quelli delle finanziarie più alti perché contengono la remunerazione degli agenti, offrendo peraltro prodotti a maggior valore aggiunto; alcuni prodotti, come la cessione del quinto, presentano invece strutture di prezzo chiaramente inadeguate al posizionamento ed alla tipologia di rischio, pur contenendo le commissioni agenziali ed essendo soggetti ad alti costi di gestione.

Ma di nuovo, su tutti, vinca il mercato, vinca la competitività. Tassi diversificati per classi di rischio, pool di prestiti con mutualità di copertura del rischio spalmata nel tasso medio, addirittura sistemi di finanziamento dei prestiti di tipo "privatistico" (consiglio una visita sul sito www.zopa.co.uk per verificare le nuova frontiere del tipo "Conto Arancio"): penso che se si condividesse una visione etica del credito si potrebbero facilmente trovare, magari con un po' di fantasia e di innovatività, facili ed efficaci soluzioni per frenare l'usura, garantire una maggior equità per tutti e soprattutto sostenere il progresso civile. E per concludere, per coloro i quali pensano che l'usura sia definita dal tasso d'interesse, eccovi un indirizzo interessante: dall'Inghilterra, patria della difesa dei consumatori, paese liberista, ma dalle rigide regole di comportamento, uno dei leader del consumer financing, Provident, pubblicizza sul suo sito il "typical" APR (il nostro TAEG) della sua gamma prestiti, 177%! (www.providentpersonalcredit.com).

Maurizio Panetti
Roland Berger Strategy Consultants Italy
Oct 1, 2008
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